La disciplina normativa della dirigenza medica non presenta alcun aspetto che possa consentire di attribuire al direttore di Struttura complessa lo statuto professionale già delineato per il primario dell’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969, ma al contrario prevede che tutti i dirigenti medici siano dotati di autonomia e responsabilità legate al ruolo e all’esperienza professionale, e distingue il dirigente di Struttura complessa dalla restante dirigenza medica principalmente per le funzioni di direzione ed organizzazione della struttura, e per le responsabilità di tipo organizzativo che ne derivano. 
Con riguardo all’attività medica svolta nella struttura che dirige, il suo ruolo consiste nell’impartire “direttive a tutto il personale operante nella stessa, e l’adozione delle relative decisioni necessarie per il corretto espletamento del servizio e per realizzare l’appropriatezza degli interventi con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche e riabilitative”, non nell’assumere in prima persona la responsabilità di tutte le scelte diagnostiche e terapeutiche.

Neppure la normazione collettiva prevede quindi una posizione di garanzia diretta del dirigente di Struttura complessa rispetto ai singoli malati in cura presso la stessa, fatta eccezione per quanto attiene agli aspetti organizzativi, ma al contrario attribuisce anche al dirigente di Struttura semplice la “responsabilità di gestione di risorse umane e strumentali”, così assegnando allo stesso una specifica responsabilità di gestione del reparto a lui affidato, che non può non ricomprendere anche la responsabilità di assicurare il buon espletamento del servizio anche ai fini della correttezza delle scelte diagnostiche e terapeutiche.

SENTENZA
nella causa iscritta al n. r.g. 1748/15 promossa da:
A.E. – Associazione A.R.O. – (c.f. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avv. Guido Rossi
RICORRENTE
Contro
A.S. (c.f. (…)), in persona del Direttore Generale e legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Elio Garibaldi e Carlo Castellotti
CONVENUTO
OGGETTO: impugnazione atto aziendale
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
1. Questa la prospettazione del ricorso:
– L’Associazione A.E. è il sindacato della categoria dei medici anestesisti e rianimatori ospedalieri, ha una Sezione Regionale anche in Piemonte Val d’Aosta, propri iscritti e una rappresentanza sindacale aziendale anche presso l’Azienda convenuta, ed è dotata di rappresentatività a livello nazionale per la contrattazione collettiva nel settore del pubblico impiego, possedendo i requisiti previsti dall’art. 43 del D.Lgs. n. 165 del 2001;
– La precedente organizzazione della A. convenuta prevedeva una Struttura complessa di Anestesia e Rianimazione presso il Presidio Ospedaliero di Casale Monferrato, ed un’altra Struttura complessa di Anestesia e Terapia Intensiva presso il Presidio Ospedaliero di Acqui Terme (doc. n.8);
– Il nuovo Atto Aziendale, adottato definitivamente con D.G.R. n. 2015/711 del 6 ottobre 2015, (docc. nn. 9-10), ha declassato la preesistente Struttura complessa di Anestesia e Terapia Intensiva del Presidio Ospedaliero di Acqui Terme a Struttura semplice, e l’ha posta sotto la responsabilità del Direttore della Struttura complessa di Casale Monferrato, facente parte del Dipartimento Emergenza – Urgenza della A. convenuta;
– La A.A. ha quindi pubblicato un avviso per il conferimento dell’incarico di Direttore della Struttura complessa Anestesia e Rianimazione, “con l’afferente Struttura semplice Anestesia e Terapia Intensiva – Acqui. T”. Tale avviso riguarda esclusivamente i dirigenti medici della disciplina di Anestesia e Rianimazione, che non ha equipollenze (doc. n. 11);
– l’A.E. contesta la legittimità dell’accorpamento – disposto nell’Atto Aziendale recentemente approvato dall’Azienda convenuta – della Struttura semplice di A.T.I. nella Struttura complessa A.R.C., in quanto incompatibile con l’effettivo e pieno esercizio delle numerose e gravose responsabilità, mediche ed organizzative, che tutt’ora incombono per legge sul Direttore di Struttura complessa, ed impongono la sua costante ed effettiva presenza nella struttura stessa;
– infatti, il Direttore di Struttura complessa ha essenzialmente “ereditato” le responsabilità professionali che erano riferibili alla figura del “Primario” che erano così definite dalla normativa: a) ai sensi dell’art. 7, comma 3 D.P.R. n. 128 del 1927 marzo 1969 ( la cui permanenza in vigore è 0diagnosi definitiva, provvede a che le degenze non si prolunghino oltre il tempo strettamente necessario agli accertamenti diagnostici ed alle cure e dispone la dimissione degli infermi, è responsabile della regolare compilazione delle cartelle cliniche, dei registri nosologici e della loro conservazione, fino alla consegna all’archivio centrale; inoltra, tramite la direzione sanitaria, le denunce di legge; pratica le visite di consulenza richieste dai sanitari di altre divisioni o servizi; dirige il servizio di ambulatorio, adeguandosi alle disposizioni ed ai turni stabiliti dal direttore sanitario; cura la preparazione ed il perfezionamento tecnico-professionale del personale da lui dipendente e promuove iniziative di ricerca scientifica; esercita le funzioni didattiche a lui affidate”; b) ai sensi dell’art.63 del D.P.R. n. 7611 del 1979, “il medico appartenente alla posizione apicale svolge attività e prestazioni medico-chirurgiche, attività di studio, di didattica e di ricerca, di programmazione e di direzione dell’unità operativa o dipartimentale, servizio multizonale o ufficio complesso affidatogli. A tal fine cura la preparazione dei piani di lavoro e la loro attuazione ed esercita funzioni di indirizzo e di verifica sulle prestazioni di diagnosi e cura, nel rispetto della autonomia professionale operativa del personale dell’unità assegnatagli, impartendo all’uopo istruzioni e direttive ed esercitando la verifica inerente all’attuazione di esse. In particolare, per quanto concerne le attività in ambiente ospedaliero, assegna a sé e agli altri medici i pazienti ricoverati e può avocare casi alla sua diretta responsabilità, fermo restando l’obbligo di collaborazione da parte del personale appartenente alle altre posizioni funzionali”;
– non a caso, la giurisprudenza ha costantemente interpretato la ratio di tali disposizioni nell’esigenza di porre il primario ospedaliero quale “titolare di una specifica posizione di garanzia nei confronti dei suoi pazienti alla quale non può sottrarsi adducendo che ai reparti sono assegnati altri medici o che il suo intervento è dovuto solo in casi di particolari difficoltà o di complicazioni; ciò risulta chiaramente dall’art. 7, 3 comma, D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128 (ordinamento interno dei servizi ospedalieri) che gli attribuisce la “responsabilità” dei malati e dall’art. 63, 5 comma, D.P.R. 20 dicembre 1979, n. 761 (stato giuridico del personale delle usl) secondo il quale il medico appartenente alla posizione apicale ha il potere di impartire istruzioni e direttive in ordine alla diagnosi e alla cura e di verificarne l’attuazione” (Cass. pen., sez. IV, 07-12-1999);
– In conseguenza di tale ruolo di garanzia, la giurisprudenza ha sempre interpretato con molto rigore gli obblighi incombenti sul primario ospedaliero, affermando che sullo stesso ricade la responsabilità del reparto, con conseguente obbligo di vigilanza sul corretto operato degli altri medici, di prevenire i loro errori e di intervenire personalmente ove necessario (vedi la giurisprudenza citata);
– il D.Lgs. n. 502 del 1992 individua con analogo rigore le responsabilità del dirigere di Struttura complessa, prevedendo che allo stesso “sono attribuite, oltre a quelle derivanti dalle specifiche competenze professionali, funzioni di organizzazione della struttura, da attuarsi, nell’ambito degli indirizzi operativi e gestionali del dipartimento anche mediante direttive a tutto il personale operante nella stessa, e l’adozione di decisioni necessarie per il corretto espletamento del servizio e per realizzare l’appropriatezza degli interventi con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche e riabilitative, attuati nella struttura loro affidata. Il dirigente è responsabile dell’efficace ed efficiente gestione delle risorse attribuite. I risultati della gestione sono sottoposti a verifica annuale tramite il nucleo di valutazione”;
– l’attribuzione di tali responsabilità sono incompatibili con un’articolazione della Struttura complessa che comprenda Strutture semplici site in ospedali diversi e a distanza significativa, come nel caso in esame (Casale M.to e Acqui Terme distano 51 km), perché la distanza comporta l’impossibilità per il dirigente di assicurare la sua presenza costante in entrambi i presidi, di seguire efficacemente i pazienti in essa ricoverati, e questo soprattutto per una disciplina specialistica quale quella in esame, che richiede l’adozione di interventi urgenti e di scelte spesso immediate;
– anche ove non si ritenesse che esista un divieto normativo assoluto di adottare una soluzione organizzativa quale quella in esame, l’atto aziendale nella parte impugnata sarebbe comunque contrario ai principi di ragionevolezza, e sarebbe anche contrario alle disposizioni impartite dalla DGR 1-600 del 19.11.2014, laddove ha previsto che la soppressione delle Strutture complesse dovesse avvenire “previa verifica, da parte della Regione, della funzionalità delle piccole strutture ospedaliere pubbliche, anche se funzionalmente ed amministrativamente facenti parte di presidi ospedalieri articolati in più sedi, nonché promuovendo l’ulteriore passaggio dal ricovero ordinario al ricovero diurno e dal ricovero diurno all’assistenza in regime ambulatoriale e l’incremento dell’assistenza residenziale e domiciliare”, e quindi attraverso una soppressione effettiva della Struttura, e non della sola figura del direttore;
La domanda è quindi quella di “accertare e dichiarare la nullità, annullabilità, illegittimità dell’Atto Aziendale della A.A., nella parte in cui annette la Struttura semplice di A.T.I. alla Struttura complessa di A.R.C., e di conseguenza attribuisce al Direttore della Struttura complessa di Casale Monferrato la responsabilità professionale e manageriale anche della Struttura semplice di A.T.I.”.
2. L’A. resiste al ricorso:
– Evidenziando la piena conformità della scelta organizzativa in questione alle indicazioni normative nazionali e regionali in tema di riduzione dei costi, limitazione agli incarichi dirigenziali e rapporto tra strutture, media di interventi annui e bacino di utenza;
– Eccependo il difetto di giurisdizione del GO, trattandosi di domanda diretta ad incidere sui provvedimenti finanziari e organizzativi rimessi alla discrezionalità della Pubblica Amministrazione coinvolta.
3. L’eccezione di difetto di giurisdizione non è fondata. Sul punto, infatti, si è pronunciata più volte e anche di recente la Corte di Cassazione affermando la natura privatistica dell’atto di macro organizzazione adottato dalle A., e la conseguente giurisdizione del giudice ordinario (cfr., da ultimo, Cass. Sez. U., Sentenza n. 25048 del 07/12/2016, “In tema di servizio sanitario nazionale, la decisione del direttore generale dell’azienda sanitaria locale di istituire una struttura operativa complessa (nella specie, quella di “Terapia Antalgica e Cure Palliative”) e di incardinarla presso un dipartimento dell’azienda stessa (nella specie, quello di “Oncologia”), costituisce, ex art. 3 del D.Lgs. n. 502 del 1992, come modificato dall’art. 3 del D.Lgs. n. 229 del 1999, atto di macro organizzazione, disciplinato – diversamente da quanto previsto per le amministrazioni pubbliche in genere – dal diritto privato, in coerenza con il suo carattere imprenditoriale, strumentale al raggiungimento del fine pubblico dell’azienda. Ne consegue che la giurisdizione a conoscere dell’impugnazione di tali atti spetta al giudice ordinario”).
4. La legittimazione attiva di A.E. rispetto alla domanda è obbiettivamente dubbia.
Nel ricorso, la questione è affrontata partendo dai compiti statutari dell’Associazione di categoria, che comprendono quello della “tutela sindacale degli iscritti sul piano morale, formativo, professionale, giuridico ed economico, sia nell’ambito degli accordi nazionali di lavoro e delle convenzioni nazionali che nell’ambito degli accordi regionali ed aziendali” (art. 6 Statuto doc. n.1).
Questo le conferirebbe la “legittimazione ad agire in giudizio a tutela degli interessi collettivi della categoria rappresentata. In particolare, un sindacato della dirigenza medica è esponente in proprio, ed in rappresentanza dei propri iscritti, dell’interesse alla corretta applicazione delle norme legislative che disciplinano il rapporto di lavoro dei medici ospedalieri e pubblici, al fine di evitare che illegittime applicazioni di quelle normative incidano negativamente su tale rapporto (TAR Emilia Romagna n. 180 del 23 aprile 1990). Pertanto, l’A.E. è legittimata ad agire per la corretta applicazione delle norme di legge e contrattuali che disciplinano la responsabilità professionale dei suoi iscritti, e quindi per chiedere l’annullamento degli atti organizzativi che attribuiscano al Direttore di una Struttura complessa anche la responsabilità professionale sulla struttura sita in altro ospedale, determinando così una situazione che non permette il pieno esercizio delle funzioni che di quella responsabilità costituiscono il presupposto. Peraltro, come detto in premessa, l’A.E., da anni, unitamente ad altre organizzazioni sindacali dei medici, porta avanti una propria battaglia, a livello sindacale, su questi temi. Pertanto l’associazione agisce anche a tutela di un proprio specifico interesse associativo”.
In realtà, secondo un consolidato principio giurisprudenziale, la legittimazione attiva delle associazioni di categoria sussiste nelle ipotesi in cui esse agiscono a tutela di interessi propri o a tutela di interessi collettivi della categoria che rappresentano (cfr. Consiglio di Stato, Sez. III, 7 marzo 2012, n. 1301; Sez. V, 9 luglio 2007 n. 4692; Sez. VI, 12 dicembre 2006 n. 7346; 27 aprile 2005, n. 1240)”. Più precisamente, il Consiglio di Stato ha precisato che “è pacifico in giurisprudenza …che in tema di concorsi pubblici, salvo le ipotesi di clausole escludenti, la legittimazione al ricorso avverso il bando di indizione della procedura selettiva spetta esclusivamente ai soggetti che abbiano formulato domanda di partecipazione, determinandosi in tal modo l’emersione di una differenziata posizione di interesse legittimo alla verifica della regolarità dell’azione amministrativa suscettibile di tutela…Né alla carenza di legittimazione della platea dei soggetti …può supplire l’impugnativa proposta dalle associazioni di categoria ricorrenti in prima cure. I sindacati, invero, sono associazioni private non riconosciute, cioè figure organizzative libere e non assoggettate a vigilanza, verifiche e controlli interni, in specie sulla democraticità dell’ordinamento interno. Hanno dunque carattere plurale e sono ad adesione eventuale, ma non sono enti esponenziali della categoria e dunque non possono essere considerati come portatori, ciascuno, di un proprio compito generale di difesa, anche in giudizio, dell’interesse dell’intera categoria unitariamente considerata. Segue che la riunione in associazione ai fini di tutela generale di un determinato gruppo sociale o categoria non è suscettibile di conferire alle formazioni così costituite una legittimazione straordinaria a ricorrere in luogo e nell’interesse dei consociati, salvo i caso in cui specifiche disposizioni di legge o di regolamento assegnino all’associazione una posizione partecipativa ad un determinato procedimento, o il diritto ad interloquire su scelte che coinvolgano nel complesso la categoria rappresentata. Sotto ulteriore profilo l’interesse collettivo dell’associazione sindacale deve indentificarsi con l’interesse di tutti gli appartenenti alla categoria unitariamente considerata e non con interessi di singoli associati, che nella specie si individua nel ristretto gruppo dei farmacisti litisconsorti… ” (Cons. di Stato, Sez. III, 28 febbraio 2013 n. 1221).
Anche la Suprema Corte, pronunciandosi in tema di condotta antisindacale, ha precisato che “la violazione da parte del datore di lavoro di diritti individuali del lavoratore derivanti dalla legge, o anche direttamente dalla Costituzione (come il diritto alla retribuzione o alle ferie) non può mai concretare condotta antisindacale, essendo questa caratterizzata dalla idoneità del comportamento del datore di lavoro a compromettere il diritto di sciopero o a ledere o l’attività sindacali, ossia interessi collettivi di cui il sindacato è portatore (nella specie la Suprema Corte ha confermato la sentenza di merito che aveva negato l’antisindacalità della condotta del Comune di Milano, che aveva chiesto al personale docente di prestare servizio durante le ferie con un compenso in denaro inferiore ai minimi contrattuali e aveva espresso l’intento, in mancanza di intesa a seguito delle osservazioni sindacali neppure prese in considerazione, di organizzare in modo diverso il servizio affidandolo ai privati) (Cass. 10031 del 10.7.2002)”. E’ vero che tale pronuncia ha riguardo alla natura antisindacale della condotta datoriale, e non direttamente al più ampio tema dell’interesse ad agire del sindacato, ma è anche vero che definire una condotta non antisindacale comporta che la stessa non lede interessi propri del sindacato, e che quindi in relazione alla stessa tale ente non ha interesse ad agire. E quindi affermare che non è antisindacale la condotta che lede interessi di singoli iscritti equivale a dire che rispetto ad essa il sindacato non ha interesse ad agire.
Chiarite le premesse, nel caso in esame il ricorso mira proprio a tutelare una posizione soggettiva ben individuata, coincidente con il ruolo di Dirigente di Struttura complessa di C. M.to, rispetto al quale si osserva l’insostenibilità degli obblighi contrattuali che sullo stesso graverebbero per effetto dell’accorpamento alla stessa struttura della Struttura semplice di Acqui Terme. Non viene quindi in giuoco un interesse collettivo della categoria dei medici anestesisti, ma un interesse individuale connesso a uno specifico rapporto di lavoro, rispetto al quale l’azione del sindacato non può sostituirsi a quella del lavoratore interessato.
E, d’altra parte, la legittimazione non sembra poter derivare dal mero interesse alla corretta applicazione della normativa, rispetto al quale il sindacato non nutre un interesse specifico diverso da quello di ogni persona fisica o giuridica che agisce nell’ordinamento, né dalla circostanza che A. da anni porti avanti una battaglia su questi temi, verosimilmente foriera di analoghi ricorsi sul territorio nazionale, perché questo sostanzia un interesse di mero fatto.
5. In ogni caso, le perplessità sulla legittimazione attiva dell’associazione ricorrente non richiedono ulteriore approfondimento, perché il ricorso è comunque infondato nel merito.
6. Al riguardo, la premessa necessaria è che indubbiamente l’atto di organizzazione aziendale dell’A. è un atto organizzativo generale rimesso alla discrezionalità dell’azienda stessa, sia per i profili di autonomia nella gestione finanziaria e amministrativa delle risorse e degli obbiettivi tipici dell’agire degli enti pubblici, sia per i profili di libertà imprenditoriale e di autonomia organizzativa che sono propri del datore di lavoro privato e pubblico.
Al riguardo, si condividono integralmente le considerazioni svolte dal Tar Piemonte di recente, in caso del tutto analogo a quello in esame, laddove osserva che la scelta di declassare una Struttura complessa a Struttura semplice e accorparla ad altra Struttura complessa costituisce “misure di macro-organizzazione e di razionalizzazione del sistema ospedaliero regionale rispetto alle quali, come già ritenuto in giurisprudenza, deve conseguentemente riconoscersi alla Regione un’ampia sfera discrezionale di valutazione delle varie esigenze che vengono in rilievo, anche di natura finanziaria, con la conseguenza che ne è consentito il sindacato solo per profili di macroscopica o manifesta illogicità o arbitrarietà” (Tar Piemonte n. 73/2016).
Esclusa la sussistenza di tali profili, l’unico sindacato che si ritiene possibile in questa sede è quello di stretta legittimità, nel senso che non è possibile entrare nel merito della ragionevolezza e della opportunità delle scelte organizzative dell’A., ma solo verificare se esse rispettano i limiti normativi che le regolano.
7. E infatti, non a caso, il ricorrente, non contestando la conformità della scelta organizzativa in questione agli atti di indirizzo statali e regionali, ipotizza però una diversa e ben precisa ragione di illegittimità della scelta.
Precisamente la violazione dell’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969, che descriveva i compiti del primario nei termini sopra riferiti, attribuendogli una precisa responsabilità sulla diagnosi e sulla terapia dei pazienti del reparto, e che sarebbe norma ancora in vigore per effetto della sua inclusione nell’allegato 1 al D.Lgs. n. 179 del 2009, fonte normativa che ha individuato gli atti legislativi anteriori al 1970 la cui permanenza in vigore è “indispensabile”.
8. Con riserva di tornare sul punto della permanenza in vigore di tale norma, c’è da dire che nell’articolazione del ricorso la stessa è fondamentale in virtù di un altro assunto, rappresentato dall’equiparazione della figura del vecchio “primario” ospedaliero con quella dell’attuale Direttore di Struttura complessa. Il legame tra le due figure sarebbe evidenziato in modo significativo dalla giurisprudenza anche recente che, chiamata a individuare il perimetro della responsabilità del dirigente medico di Struttura complessa, farebbe appunto riferimento ai criteri da tempo utilizzati in relazione alla figura del primario.
9. E’ necessario allora esaminare, nell’ordine:
– la disciplina normativa delle figure di Dirigente di Struttura complessa e Dirigente di Struttura semplice;
– il significato dell’attuale vigenza dell’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969;
– il valore della giurisprudenza citata dal ricorrente.
10. Sotto il primo profilo, si deve sottolineare che in realtà nessuna norma prevede che l’attuale dirigente di Struttura complessa sia equiparato alla vecchia figura del primario ospedaliero.
Attualmente la disciplina della dirigenza medica è stabilita dall’art. 15 D.Lgs. n. 502 del 1992, che in primo luogo prevede “un ruolo unico, distinto per profili professionali, e in un unico livello, articolato in relazione alle diverse responsabilità professionali e gestionali”, demandando alla contrattazione collettiva l’individuazione di “criteri generali per la graduazione delle funzioni dirigenziali nonché per l’assegnazione, valutazione e verifica degli incarichi dirigenziali e per l’attribuzione del relativo trattamento economico accessorio”.
Prevede poi al comma 3 che “L’attivita’ dei dirigenti sanitari”, senza distinguere tra dirigenti di Struttura complessa e dirigenti di Struttura semplice, “e’ caratterizzata, nello svolgimento delle proprie mansioni e funzioni, dall’autonomia tecnico- professionale i cui ambiti di esercizio, attraverso obiettivi momenti di valutazione e verifica, sono progressivamente ampliati. L’autonomia tecnico-professionale, con le connesse responsabilita’, si esercita nel rispetto della collaborazione multiprofessionale, nell’ambito di indirizzi operativi e programmi di attivita’ promossi, valutati e verificati a livello dipartimentale ed aziendale, finalizzati all’efficace utilizzo delle risorse e all’erogazione di prestazioni appropriate e di qualita’. Il dirigente, in relazione all’attivita’ svolta, ai programmi concordati da realizzare ed alle specifiche funzioni allo stesso attribuite, e’ responsabile del risultato anche se richiedente un impegno orario superiore a quello contrattualmente definito”.
Quanto alla figura specifica del dirigente di Struttura complessa, al comma 6, lo stesso articolo prevede che ad esso “sono attribuite, oltre a quelle derivanti dalle specifiche competenze professionali, funzioni di direzione e organizzazione della struttura, da attuarsi, nell’ambito degli indirizzi operativi e gestionali del dipartimento di appartenenza, anche mediante direttive a tutto il personale operante nella stessa, e l’adozione delle relative decisioni necessarie per il corretto espletamento del servizio e per realizzare l’appropriatezza degli interventi con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche e riabilitative, attuati nella struttura loro affidata. Il dirigente è responsabile dell’efficace ed efficiente gestione delle risorse attribuite”.
In questo modo, la disciplina normativa della dirigenza medica non presenta alcun aspetto che possa consentire di attribuire al direttore di Struttura complessa lo statuto professionale già delineato per il primario dell’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969, ma al contrario prevede che tutti i dirigenti medici siano dotati di autonomia e responsabilità legate al ruolo e all’esperienza professionale, e distingue il dirigente di Struttura complessa dalla restante dirigenza medica principalmente per le funzioni di direzione ed organizzazione della struttura, e per le responsabilità di tipo organizzativo che ne derivano. E infatti, con riguardo all’attività medica svolta nella struttura che dirige, il suo ruolo consiste nell’impartire “direttive a tutto il personale operante nella stessa, e l’adozione delle relative decisioni necessarie per il corretto espletamento del servizio e per realizzare l’appropriatezza degli interventi con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche e riabilitative”, non nell’assumere in prima persona la responsabilità di tutte le scelte diagnostiche e terapeutiche.
Anche la contrattazione collettiva conferma questa impostazione.
L’art. 27 del CCNL per i Dirigenti medici e veterinari, prodotto in atti, prevede infatti quanto segue:
“1. Le tipologie di incarichi conferibili ai dirigenti medici e veterinari sono le seguenti:
a. incarico di direzione di Struttura complessa. Tra essi sono ricompresi l’incarico di direttore di dipartimento, di distretto sanitario o di presidio ospedaliero di cui al D.Lgs. n. 502 del 1992;
b. incarico di direzione di Struttura semplice;
c. incarichi di natura professionale anche di alta specializzazione, di consulenza, di studio, e ricerca, ispettivi, di verifica e di controllo;
d. incarichi di natura professionale conferibili ai dirigenti con meno di cinque anni di attività.
2. La definizione della tipologia degli incarichi di cui alle lettere b) e c) è una mera elencazione che non configura rapporti di sovra o sotto ordinazione degli incarichi, la quale discende esclusivamente dall’assetto organizzativo aziendale e dalla graduazione delle funzioni.
3. Per “struttura” si intende l’articolazione interna dell’azienda alla quale è attribuita con l’atto di cui all’art. 3, comma 1 bis del D.Lgs. n. 502 del 1992 la responsabilità di gestione di risorse umane, tecniche o finanziarie.
4. Per Struttura complessa – sino all’emanazione dell’atto di indirizzo e coordinamento previsto dall’ art. 15 quinquies, comma 6 del D.Lgs. n. 502 del 1992 e del conseguente atto aziendale – si considerano tutte le strutture già riservate in azienda ai dirigenti di ex II livello.
5. Tra le strutture complesse per Dipartimento si intendono quelle strutture individuate dall’azienda per l’attuazione di processi organizzativi integrati. I Dipartimenti aziendali, comunque siano definiti (strutturali, integrati, funzionali, transmurali etc), rappresentando il modello operativo delle aziende, svolgono attività professionali e gestionale. Ad essi sono assegnate le risorse di cui al comma 3, necessarie all’assolvimento delle funzioni attribuite. I Dipartimenti sono articolati al loro interno in strutture complesse e strutture semplici a valenza dipartimentale.
6.1 Distretti sono le strutture individuate dall’azienda, ai sensi dell’art. 3 quater del D.Lgs. n. 502 del 1992, per assicurare i servizi di assistenza primaria relativa alle attività sanitarie e di integrazione socio sanitaria. Ad essi sono assegnate le risorse di cui al comma 3, necessarie all’assolvimento delle funzioni attribuite con contabilità separata all’interno del bilancio aziendale.
7.Per Strutture semplici si intendono sia le articolazioni interne della Struttura complessa sia quelle a valenza dipartimentale o distrettuale, dotate della responsabilità ed autonomia di cui al comma 3.
8. Per incarichi professionali di alta specializzazione si intendono articolazioni funzionali della struttura connesse alla presenza di elevate competenze tecnico professionali che producono prestazioni quali – quantitative complesse riferite alla disciplina ed organizzazione interna della struttura di riferimento.
9. Per incarichi professionali si intendono quelli che hanno rilevanza all’interno della struttura di assegnazione e si caratterizzano per lo sviluppo di attività omogenee che richiedono una competenza specialistico – funzionale di base nella disciplina di appartenenza.
10. Sino all’adozione dell’atto aziendale, gli incarichi di cui al comma 1, lett. b), c) e d) corrispondono, nell’ordine, a quelli previsti dall’art. 56, comma 1, fascia b) ed a quelli di cui all’art. 57 fasce a) e b) del CCNL 5 dicembre 1996.
11. Gli incarichi di direzione di Struttura semplice o complessa sono conferiti solo ai dirigenti con rapporto di lavoro esclusivo. Ai dirigenti che abbiano optato per l’attività libero-professionale extramuraria, si applica quanto previsto dall’art. 45.
12. Nell’attribuzione degli incarichi dirigenziali di Struttura complessa dovrà essere data piena attuazione al principio della separazione fra i poteri di indirizzo e controllo ed i poteri di gestione ai sensi dell’art. 3 del D.Lgs. n. 29 del 1993. A tali strutture ed al loro interno dovrà essere applicato il principio dell’art. 14 del D.Lgs. n. 29 del 1993, richiamato dall’art. 65 del CCNL 5 dicembre 1996″.
L’accordo integrativo stipulato con CCNL 6 maggio 2010, all’art. 4, prevede poi che:
“1. Ad integrazione di quanto previsto dalle vigenti norme contrattuali in tema di incarichi e ferma restando la competenza dell’azienda in merito alla graduazione delle funzioni dirigenziali, ai sensi dell’art. 50 del CCNL 5.12.1996, come modificato dall’art. 26 del CCNL 8.6.2000, si precisa che:
– l’incarico di direzione di Struttura semplice, ed in particolare quella dipartimentale, include necessariamente la responsabilità di gestione di risorse umane e strumentali, che deve essere prevalente rispetto agli altri criteri e parametri. Ove previsto dagli atti di organizzazione interna, lo stesso può comportare, inoltre, la responsabilità di gestione diretta di risorse finanziarie “.
Neppure la normazione collettiva prevede quindi una posizione di garanzia diretta del dirigente di Struttura complessa rispetto ai singoli malati in cura presso la stessa, fatta eccezione per quanto attiene agli aspetti organizzativi, ma al contrario attribuisce anche al dirigente di Struttura semplice la “responsabilità di gestione di risorse umane e strumentali”, così assegnando allo stesso una specifica responsabilità di gestione del reparto a lui affidato, che non può non ricomprendere anche la responsabilità di assicurare il buon espletamento del servizio anche ai fini della correttezza delle scelte diagnostiche e terapeutiche.
In definitiva, pertanto, nessuna norma positiva consente l’automatica equiparazione del dirigente di Struttura complessa alla figura del vecchio primario, né quindi l’attribuzione al primo dello stesso statuto di responsabilità che gravavano sul secondo.
11. Quanto affermato non appare smentito dalla circostanza che l’art. 15ter del D.Lgs. n. 509 del 1992 preveda solo per il dirigente di Struttura complessa e non anche per quello di Struttura semplice, l’obbligo della sostituzione in caso di assenza o impedimento, perché tale obbligo deve essere letto nell’ottica dell’esigenza di garantire la continuità delle funzioni organizzative e gestionali.
Infatti, se si ritenesse – in senso diverso – che l’esigenza di sostituzione nasca dalla necessità di assicurare l’attività diagnostica e terapeutica svolta dal dirigente, allora la sostituzione dovrebbe aver luogo anche in caso di assenze temporanee, in modo da garantire una copertura del ruolo 24 ore su 24, e invece così ovviamente non è.
D’altra parte, lo stesso articolo prevede che il sostituto debba essere scelto tra gli altri dirigenti medici in servizio presso la struttura, il che conferma che anche i dirigenti di Struttura semplice sono ritenuti in grado di assolvere temporaneamente le funzioni del dirigente di Struttura complessa. È quindi smentita la tesi di parte ricorrente per cui il dirigente di Struttura semplice sarebbe un dirigente con professionalità ed esperienza ridotta, incapace di garantire ai malati elevati standard di assistenza.
12. Quanto osservato sino ad ora non è messo in crisi dalla lettera dell’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969, che descriveva i compiti del primario nei termini sopra riferiti.
Come già osservato, la tesi del ricorrente si fonda essenzialmente su due rilievi: a) tale norma è ancora in vigore, per effetto della comprensione dell’intero decreto 128 nell’allegato 1 al D.Lgs. n. 179 del 2009 (fonte normativa che ha individuato gli atti legislativi anteriori al 1970 la cui permanenza in vigore è indispensabile); la stessa oggi si applica al dirigente di Struttura complessa, che ha sostituito il vecchio primario.
Ora, effettivamente il D.Lgs. n. 179 del 2009 all’allegato 1 ricomprende il dpr in esame tra le fonti ancora vigenti, ma è evidente che il richiamo è genericamente rivolto all’intero decreto, con la conseguenza che le singole previsioni dello stesso devono essere interpretate in modo da attualizzarle e renderle compatibili con il nuovo assetto della sanità pubblica entrato in vigore nel 1992.
A questo riguardo, è allora fondamentale ricordare che l’art. 7, ancora prima di individuare i compiti e le responsabilità del primario, individuava le articolazioni interne dell’ospedale in divisioni, sezioni e servizi speciali, e definiva il primario come il direttore di una divisione. Il primario quindi era il dirigente di una articolazione interna di un determinato ospedale, cioè di un reparto fisicamente circoscritto all’interno di un solo presidio sanitario. È quindi ragionevole che i suoi compiti fossero così definiti: “il primario vigila sull’attività e sulla disciplina del personale sanitario, tecnico, sanitario ausiliario ed esecutivo assegnato alla sua divisione o servizio, ha la responsabilità dei malati , definisce i criteri diagnostici e terapeutici che devono essere seguiti dagli aiuti e dagli assistenti, pratica direttamente sui malati gli interventi diagnostici e curativi che ritenga di non affidare ai suoi collaboratori, formula la diagnosi definitiva, provvede a che le degenze non si prolunghino oltre il tempo strettamente necessario agli accertamenti diagnostici ed alle cure e dispone la dimissione degli infermi, è responsabile della regolare compilazione delle cartelle cliniche, dei registri nosologici e della loro conservazione, fino alla consegna all’archivio centrale; inoltra, tramite la direzione sanitaria, le denunce di legge; pratica le visite di consulenza richieste dai sanitari di altre divisioni o servizi; dirige il servizio di ambulatorio, adeguandosi alle disposizioni ed ai turni stabiliti dal direttore sanitario; cura la preparazione ed il perfezionamento tecnico-professionale del personale da lui dipendente e promuove iniziative di ricerca Scientifica; esercita le funzioni didattiche a lui affidate”.
Così definita, però, la figura professionale è del tutto incompatibile con quella dell’attuale dirigente di Struttura complessa, cui può competere la direzione di più “reparti” omogenei della stessa A., articolati in più strutture semplici e anche collocati in presidi ospedalieri differenti. A ben vedere, in realtà, quella norma, se si vuole che esplichi ancora una sua efficacia, nel nuovo sistema sanitario nazionale può essere ancora applicata al dirigente del singolo reparto di un determinato ospedale, sia esso classificato nell’organizzazione aziendale come Struttura complessa o come Struttura semplice. Solo in questo modo l’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969 appare compatibile con l’attuale sistema sanitario, perché solo in questo modo esso viene applicato a fattispecie compatibili con il suo significato letterale e perché solo in questo modo il modello di responsabilità che esso definisce è coerente con il tipo di incarico cui si applica.
13. La giurisprudenza citata dal ricorrente non è di ostacolo alle conclusioni cui si è sin qui giunti.
Infatti, nessuna delle pronunce in questione affronta espressamente il tema della responsabilità del dirigente di Struttura complessa in rapporto alle cure prestate agli assistiti dalle varie articolazioni in cui essa si suddivide. Al contrario, in tutte le pronunce vengono in rilievo le posizioni di medici con incarico di direzione di reparti ospedalieri, e precisamente:
– Cass. 6318/2000 riguarda la posizione del primario della divisione ostetrica dell’Ospedale S. Giovanni Evangelista di Tivoli;
– Cass. 13979/2005 riguarda la posizione del primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell’Ospedale Civile di Venezia
– Cass. 7682/15 riguarda la posizione del primario e dell’aiuto primario della divisione di ostetrico ginecologica di un ospedale.
Si tratta quindi di pronunce che applicano lo statuto professionale del vecchio primario ai dirigenti medici dei reparti ospedalieri in cui si è verificato il fatto dedotto in giudizio, arrivando quindi a conclusioni che appaiono del tutto compatibili con l’interpretazione dell’art. 7 D.P.R. n. 128 del 1969 sopra illustrata.
14. In conclusione, per quanto detto, la scelta organizzativa impugnata non viola alcuna norma di legge ed è pertanto del tutto legittima.
15. Il ricorso deve quindi essere respinto.
16. Le spese seguono la soccombenza.
P.Q.M.
Visto l’art. 429 c.p.c., definitivamente pronunciando,
Rigetta il ricorso.
Condanna A.E., Associazione A.R.O., al pagamento a favore dell’A.A. delle spese di lite, che liquida in misura di Euro 4015, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e CPA.
Fissa in 60 giorni il termine per il deposito della motivazione.
Così deciso in Alessandria, il 20 giugno 2017.
Depositata in Cancelleria il 20 giugno 2017.