Lo scorso 21 gennaio l’allora Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ha presentato in Parlamento la relazione sull’amministrazione della giustizia il 2013. L’intervento, occasione per rendere conto delle riforme attuate nell’anno trascorso e per fare un prospetto degli interventi da attuare nel futuro, è stato seguito tre giorni dopo dalla tradizionale cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario, tenutasi in Cassazione dal Presidente Giorgio Santacroce.

Da quanto si evince in entrambe le relazioni, la Giustizia italiana procede ancora a rilento e a costi esagerati. Una volta elaborato lo schema di relazione sullo stato delle spese di giustizia (da presentare al Parlamento entro il 30 giugno), è emerso che i fondi stanziati in bilancio per le spese di giustizia, non saranno sufficienti per garantire la copertura integrale delle spese che verranno sostenute dagli uffici giudiziari. Spese che si prevede ammonteranno a circa 470/480 milioni di euro, a fronte di un fondo che a stento raggiunge i 450 milioni.

Sul lato tempistiche non arrivano certo notizie migliori: la durata media dei procedimenti civili si è allungata notevolmente, passando dai 34,1 mesi (1037 giorni) del 2012 ai 42,5 mesi (1293 giorni) del 2013. “Il dato più alto a partire dal 2000” afferma nella sua relazione Giorgio Santacroce. In controtendenza il dato relativo ai procedimenti pendenti e a quelli definiti. I primi si sono ridotti dinanzi a tutte le categorie degli uffici giudiziari: -6% per le corti d’appello, -2% per i tribunali, -9% per i giudici di pace, -4% per i tribunali per i minorenni, -1% per la Corte di Cassazione. In campo nazionale la riduzione complessiva è dell’1,1%. I procedimenti definiti hanno registrato un incremento del 20,6%, grazie alla chiusura nel 2013 di oltre 30mila procedimenti con provvedimento definitivo a fronte dei 25mila dell’anno precedente.

Sul fronte della giustizia penale, la durata media di un procedimento (dall’iscrizione della notizia di reato fino alla sentenza definitiva) è stata maggiore rispetto agli altri Paesi europei: 5 anni di durata media. Tuttavia questo dato è ancora in linea con i parametri massimi stabiliti dalla Corte di Strasburgo . A differenza della durata complessiva però, il tempo medio di definizione dei giudizi d’appello (2 anni, 3 mesi, 24 giorni) è ancora troppo elevato rispetto alle linee guida tracciate dall’Europa (che richiedono di stare entro i 2 anni). Tuttavia, come sottolineato dalla relazione della Cassazione, “la stragrande maggioranza delle condanne dell’Italia per irragionevole durata dei procedimenti riguarda la giustizia civile”. Relativamente all’arretrato dei procedimenti è incrementato dell’1,7% (da 3.376.542 a 3.434.181 unità).

Sono dati che confermano la preoccupazione per un settore nel quale il nostro Paese è pesantemente indietro rispetto al resto d’Europa. Per questo l’ex governo ha attuato una serie di provvedimenti nel tentativo di ridurre il gap. Tra questi , la nomina di 400 giudici nelle corti d’appello a supporto di quelli già presenti, la reintroduzione della mediazione obbligatoria prevista per alcune cause (per evitare di andare a processo), la digitalizzazione di molte procedure per ridurre la circolazione di carta ed accelerare le tempistiche (es. deposito online della domanda alla Procura della Repubblica) e l’assunzione di stagisti/tirocinanti neolaureati in giurisprudenza.

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